Questo terzo numero di AutoRicerca è interamente dedicato al tema dell'osservazione e presenta in modo dettagliato i temi svolti nel corso del seminario sull'arte dell'osservazione, che si è tenuto presso il LAB nell'ottobre 2011. Per maggiori informazioni, leggete qui di seguito l'editoriale e il riassunto (abstract) del singolo articolo che questo numero contiene.
This third issue of AutoRicerca is entirely devoted to observation and presents in detail the themes developed during the workshop on the art of observation, which was held at the LAB in October 2011. For more information, see the editorial below and the abstract of the single article that this issue contains.
Editoriale. Si è ormai concluso il 2011, anno indubbiamente movimentato sotto il profilo degli eventi che hanno fatto (e continuano a fare) i titoli dei media di tutto il mondo, scuotendo le coscienze in evoluzione di questo pianeta.
Possiamo ricordare i sollevamenti popolari nel mondo arabo, con la caduta apparente di numerosi regimi totalitari; le diverse anomalie meteorologiche, che hanno sconquassato diversi territori del pianeta; il maremoto di magnitudo 9 che ha sconvolto il Giappone, le cui onde anomale hanno prodotto la più grande sciagura nucleare della nostra storia; l’inizio dell’inevitabile declino delle economie fondate sul debito e sulle speculazioni finanziarie; le proteste giovanili e sociali che stanno dilagando in tutto il mondo…
Insomma, giungiamo all’alba del 2012 sull’onda di eventi che parrebbero confermare il nefasto presagio di una conclusione di stampo apocalittico della nostra storia, come suggerito da una delle – speriamo ultime – pseudo profezie dei nostri tempi, associata nell’immaginario collettivo alla conclusione del calendario mesoamericano dei Maya.
Curiosamente però, la parola “Maya” non designa unicamente un’antica cultura del Centro America, ma anche, in lingua sanscrita, il concetto di illusione, vale a dire l’inganno insito nel nostro modo abituale di rappresentarci il reale (inteso qui come mondo fenomenico), identificandoci profondamente con le nostre interpretazioni puramente soggettive dello stesso.
Pertanto, possiamo dire che in termini simbolici la fine del calendario Maya ci apre a due possibili scenari: il primo è quello di continuare a coltivare la nostra rappresentazione infantile e irresponsabile della realtà, figlia della superstizione e dei numerosi condizionamenti che abbiamo ereditato nel corso del nostro passato evolutivo multimillenario. È questo lo scenario suggerito dalle credenze illogiche, dalle profezie autoavveranti, dai meccanismi di autoinganno e di autocorruzione, dalle visioni di parte scambiate per visioni d’insieme, dai punti di vista egocentrici e monodimensionali, dall’immaturità mascherata da adultità, dal chiacchierio mentale equivocato per attività pensante, dai pregiudizi e preconcetti sprovvisti di fondamento, dal sonno della coscienza confuso per autoconsapevolezza, e via discorrendo.
Quando ci perdiamo in questo scenario, che vibra sulle note del cosiddetto “basso emotivo,” non possiamo accedere al reale in quanto tale, ma solo a una falsa raffigurazione dello stesso. Ecco allora che nonostante l’assenza di un qualsivoglia fondamento scientifico, nonostante le smentite geofisiche e astronomiche, nonostante le confutazioni da parte degli studiosi di storia e cultura Maya, perduriamo nel credere a questi improbabili presagi apocalittici, così come un bambino necessita di credere che la soluzione ai propri problemi esistenziali, alla propria mancanza di indipendenza e autonomia, debba per forza originare da qualcosa di esterno, nella fattispecie l’intervento di un grande padre riformatore che porterà giustizia, sicurezza e conoscenza, là dove regna solo ingiustizia, insicurezza e ignoranza.
Beninteso, quando la fatidica data della fine del mondo verrà superata, senza che nulla di ciò che è stato predetto accadrà (come è stato il caso per le innumerevoli “fini del mondo” del nostro passato), ecco che una novella illusione di stampo apocalittico verrà probabilmente creata, ex-novo ed ex-nihilo, alfine di ridurre il disagio della nostra delusione, delle nostre aspettative infantili, delle nostre resistenze nell’abbracciare con coraggio e responsabilità la nostra evoluzione, delegando ancora una volta a qualche entità esterna, più grande e più potente di noi, il compito della nostra emancipazione.
Nel secondo scenario invece, quello simbolicamente evocato da una delle accezioni indù della parola Maya, ci apriamo alla possibilità di penetrarnein profondità il velo, per usare un’espressione coniata da Arthur Schopenhauer, spingendoci oltre quelle dimensioni di sonno e di sogno che solitamente avvolgono la nostra esistenza. Infatti, questo nostro dormire, o sognare, in senso coscienziale del termine, pur essendo l’espressione di una condizione comune a tutti gli esseri umani, non per questo è da ritenersi una condizione ineluttabile.
Ma per produrre l’attraversamento del grande velo di Maya sono necessari alcuni strumenti. Innanzitutto, dobbiamo divenire coscienti che ciò che abitualmente riteniamo reale non sempre (o meglio, quasi mai) lo è, e che l’illusione è reale solo per chi la ritiene tale.
In secondo luogo, una volta introdotto nel nostro sistema di pensiero questo assunto fondamentale, questo dubbio di base in grado di minare le fondamenta delle nostre false certezze, dobbiamo appropriarci della capacità, del desiderio e della volontà di portare uno sguardo nuovo e disincantato su quella realtà che abbiamo avvolto nel triste manto delle nostre illusioni e false identificazioni.
Lo strumento principe (o principessa) per riuscire in questa nobile impresa è quello dell’osservazione. Non a caso infatti, anche nelle moderne discipline scientifiche, che per missione tentano proprio di accedere a una conoscenza che sia la più possibile oggettiva e affidabile, lo strumento osservativo riveste un ruolo del tutto centrale [1].
Ma pur essendoci degli interessanti paralleli tra l’osservazione scientifica e l’osservazione nella ricerca interiore (autoricerca), vi sono anche notevoli differenze. Nell’ambito dell’autoricerca infatti, l’osservazione è uno strumento il cui scopo primario è espandere il livello di coscienza del soggetto, e solo secondariamente quello di consentirgli di acquisire una conoscenza più particolareggiata e articolata del mondo.
L’osservazione nella ricerca interiore è il grande tema di cui ci occuperemo in modo approfondito in questo terzo numero di AutoRicerca, con una monografia scritta da Massimiliano Sassoli de Bianchi. Questo suo lavoro, redatto con particolare attenzione didattica, contiene un ampio resoconto dei temi che l’autore ha presentato e sviluppato, sia in termini teorici che pratici, nel corso di uno specifico workshop, tenutosi al LAB – Laboratorio di Autoricerca di Base – nell’ottobre del 2011.
È anche questa infatti una delle funzioni della rivista AutoRicerca: fornire uno spazio per accogliere i diversi “compendi teorico-pratici” dei seminari formativi offerti nel quadro delle attività del LAB, così come già fu il caso con il suo primo numero, dedicato allo Stato Vibrazionale, i cui contenuti costituirono il supporto didattico del workshop di Energosomatica, tenutosi nel marzo del 2011.
E così mi auguro avverrà ancora in futuro, in occasione dei nuovi lavori che verranno offerti dal laboratorio.
Concludo questo mio breve editoriale augurando a tutti voi, lettori di AutoRicerca, le migliori energie per il 2012, all’insegna della lucidità mentale e di un sempre maggiore apporto di sintropia nelle vostre vite. Vi auguro altresì una buona lettura e studio dell’interessante materiale contenuto in questo numero e, soprattutto, un’elettrizzante pratica dell’arte e scienza dell’osservazione!
L’Editore
[1] Vi rimando a questo proposito al secondo numero di AutoRicerca, che illustra un possibile approccio della fisica moderna alla nostra concezione del mondo, tenendo conto anche del ruolo specifico dell’osservatore umano nella costruzione dello stesso.
L’arte dell'osservazione nella ricerca interiore, di Massimiliano Sassoli de Bianchi
La capacità di osservare la realtà per ciò che è, e non per ciò che riteniamo debba essere, è essenziale per la nostra progressione interiore. Purtroppo, il processo di osservazione si arresta molto presto nella nostra vita, e così anche il nostro apprendimento, la nostra crescita e la nostra evoluzione. Viviamo allora, senza rendercene conto, entro i confini ristretti di una mappa creata nei primi anni della nostra esistenza, che troppo spesso confondiamo con il territorio. Per uscire da questa impasse evolutiva, l’unica soluzione è re-imparare a osservare. L’osservazione è un processo attivo e consapevole, il cui sviluppo necessita di un allenamento specifico. Solitamente però, ci troviamo in uno stato passivo, meccanico, inconsapevole, caratterizzato da una totale assenza di osservazione. Grazie al potente strumento dell’osservazione, possiamo accedere a informazioni più oggettive su noi stessi, gli altri e la realtà che ci circonda, ottimizzando e accelerando il nostro percorso evolutivo. Ma che cosa significa osservare, e qual è il livello della nostra osservazione? Purtroppo, ciò che solitamente definiamo “osservazione,” altro non è che una semplice attivazione mentale, spesso reattiva e inconsapevole, che nulla ha a che fare con questo importante strumento di indagine del reale, che richiede molta energia e consapevolezza. Esistono diversi livelli di osservazione, associati ad altrettanti livelli di consapevolezza. Esercitarsi nell’arte (e nella scienza) dell’osservazione significa pertanto accedere a stati di coscienza più dilatati, non ordinari, acquisendo progressivamente un maggiore dominio di sé, del proprio ambiente e della propria vita. In questo lavoro presentiamo alcuni degli elementi di base dell’arte osservativa, così come questi sono stati descritti e approfonditi nel corso del seminario teorico-pratico sull’arte dell’osservazione, tenutosi al LAB – Laboratorio di Autoricerca di Base, nei giorni 8-9 ottobre 2011, e nel corso di un mini-seminario di approfondimento, tenutosi il 27 ottobre 2011. I contenuti didattici del presente scritto sono in parte originali e in parte tratti da altri testi, in particolar modo quelli riportati nella bibliografia.